Anche se finalmente, in questi giorni, si parla di un vaccino per contrastare il COVID-19,  tuttavia ancora non sappiamo quando finirà questa pandemia. Abbiamo imparato a convivere con questo virus che ci ha costretto a cambiare abitudini e stile di vita, ma forse non abbiamo ben compreso realmente con che cosa abbiamo avuto a che fare.

Per capire accuratamente quello che è stato e che è il COVID-19, passeremo in rassegna ciò che si è detto dal punto di vista scientifico su questo virus  e cercheremo di comprendere quello che la comunità scientifica sta facendo per mantenere la rotta nel cammino del contrasto e della prevenzione verso il tanto agognato contagio zero.

Cos’è e com’è nata l’emergenza COVID-19

I coronavirus sono stati scoperti negli anni ’60. Sono virus che presentano un spiccato tropismo per le cellule delle vie respiratorie. In base alla diversità dei ceppi possono portare a quadri epidemiologici ed esiti clinici estremamente diversi.

Esistono due ceppi che possono causare forme di infezione potenzialmente più gravi, questi sono la MERS (MIDDLE EAST RESPIRATORY SINDROME) e la SARS (SEVERE ACUTE RESPIRATORY SYNDROME). Quello conosciuto come COVID-19 è un tipo di coronavirus appartenente al gruppo SARS e apparso a Wuhan per la prima volta come SARS-CoV2.

L’origine del virus è ad oggi ancora incerta. L’ipotesi più accreditata è che si tratti di un nuovo coronavirus proveniente da una fonte animale (una zoonosi) a seguito di salto di specie. Anche se le notizie di diffusione della malattia venne comunicata per la prima volta dalle autorità cinesi all’OMS il 31 dicembre 2019, è stato stabilito che il virus circolava già almeno da settembre 2019 come confermano autorevoli esperti del settore.

Il comportamento del virus COVID-19

Generalmente, la carica virale di COVID-19, ha un picco nella prima settimana di infezione e il paziente sviluppa una risposta immunitaria primaria entro il 10°-14° giorno, seguita dalla clearance del virus.

I sintomi

Il COVID-19 presenta un tempo medio di incubazione di 4-5 giorni ed una permanenza dei sintomi di circa 11 giorni (report degli Annals of Internal Medicine – 5 maggio 2020).

In molti casi i sintomi del COVID-19, possono ricordare quelli dell’influenza con febbre, tosse, debolezza, dolori muscolari e congiuntivite oppure possono manifestarsi con disturbi gastrointestinali, negli altri casi questi diventano caratterizzanti come il calo o perdita totale di olfatto (anosmia) o del gusto (ageusia) oppure diventano gravi come il sopraggiungere di polmoniti interstiziali. Il COVID-19 nei casi più gravi provoca un’eccessiva reazione infiammatoria e porta ad alterazioni del meccanismo di coagulazione del sangue.

La diagnosi

Il tampone rappresenta lo strumento diagnostico per eccellenza ed è basato su un saggio di real-time RT-PCR che consiste in un amplificazione del genoma. Rappresenta il metodo più affidabile anche per concentrazioni molto basse di RNA virale. La diagnosi molecolare che consegue al test viene stabilita non solo secondo il protocollo CDC USA, basato appunto sull’amplificazione del gene N, ossia di quel gene che è maggiormente espresso durante la replicazione virale nella cellula, ma anche secondo il protocollo sviluppato dalla Charitè di Berlino. Il campione biologico adatto per il test viene raccolto prelevandolo preferibilmente dalle basse vie respiratorie (campioni di aspirato endo-tracheale o lavaggio bronco-tracheale, campioni di espettorato)

Se il paziente non presenta segni di patologia alle basse vie respiratorie o se la raccolta in tale sede non fosse possibile, si procede alla raccolta di un campione prelevandolo dalle alte vie respiratorie (campione di aspirato rino/naso/oro-faringeo).

Se la malattia è nelle fasi molto precoci, il tampone può dare un risultato negativo, poichè il virus non ha avuto il tempo di replicarsi, mentre è molto raro che un tampone dia un risultato falsamente negativo. Nei casi di sospetti quindi è necessario ripetere il tampone a distanza di qualche giorno.

I test sierologici per la ricerca degli anticorpi

I test per la ricerca degli anticorpi hanno invece una valenza di carattere epidemiologico poichè possono essere utilizzati per studiare quanto il virus si è diffuso tra la popolazione oltre a stabilire se un soggetto asintomatico ha in realtà contratto e superato la malattia e possiede una certa “immunità” poichè possiede gli anticorpi specifici.

Sono test rapidi (circa 15 min) cromatografici immunodosaggio che rilevano qualitativamente gli anticorpi anti-SARS-CoV2 di classe IgG e IgM nel sangue o nei campioni di siero o plasma. Hanno dei limiti di sensibilità e specificità che non ne consentono l’uso per la sola diagnosi di malattia. Per essere sicuri che gli anticorpi siano positivi devono infatti passare alcuni giorni e non si conoscono tempi di sviluppo degli anticorpi della fase precoce (IgM).

Sono tuttavia utili per capire il tasso di immunizzazione e comprendere quanto quanto l’immunità acquisita sia protettiva e permanga nel tempo.

Comunque sia, una rapida identificazione dei soggetti interessati dal virus, è il primo passo per l’attuazione di misure di controllo che prevengano l’ulteriore diffusione del COVID-19 tra la popolazione.

Terapie

Attualmente non esiste nessuna terapia che si sia dimostrata sicuramente efficace nella cura di COVID-19. Dato che si tratta di un’infezione virale e che la fase avanzata è legata anche alla risposta infiammatoria dell’organismo, le classi di farmaci attualmente utilizzate sono tra le più svariate.

La maggior parte dei pazienti ha ricevuto numerose terapie potenzialmente efficaci sulla base dell’esperienza farmacologica nel trattamento della SARS e della MERS e di studi in vitro. Tali farmaci per lo più appartengono alla classe degli agenti antivirali in via di sviluppo o approvati per altre indicazioni come per il trattamento di infezioni causate da virus dell’ HIV, come alcuni inibitori delle proteasi (Lopinavir/Ritonavir) o antivirali (remdesivir), epatite B virus, virus dell’epatite C e influenza.

La variabilità nel modo di presentarsi e dell’impatto su diversi soggetti del virus COVID-19, si riflette ovviamente anche sulle terapie attuali e future. Se nei casi di paucisintomaticità o comunque di sintomi riconducibili a normale influenza i pazienti vengono trattati con i normali farmaci sintomatici, nei casi in cui è invece necessario il ricovero ospedaliero o perfino il trasferimento alla terapia intensiva per sopraggiunte complicanze respiratorie si perseguono vari obbiettvi:

  • blocco della replicazione del virus
  • mitigazione della risposta infiammatoria eccessiva dell’organismo
  • potenziamento della risposta difensiva specifica del sistema immunitario

Nei pazienti con patologie pregresse come malattie cardiovascolari o diabete, anche per la reazione di eccessiva infiammazione, si è visto che il COVID interferisce con la coagulazione del sangue. Per questo i pazienti vengono trattati con farmaci anticoagulanti come le eparine a basso peso molecolare.

Terapie precoci

Si utilizzano per ridurre la percentuale di pazienti che necessitano di ricovero ospedialiero. Uno di questi farmaci è la colchicina.

Immunità

A distanza di poche settimane dopo la guarigione si assiste ad una normale diminuzione del livello di anticorpi specifici nel sangue relativo alle cosiddette plasmacellule a vita breve. Le  plasmacellule a vita lunga tuttavia permangono. Queste sono responsabili della produzione di anticorpi a volte anche dopo decenni. Ancora non sappiamo quantificare la memoria a lungo termine del Sars-CoV-2, semplicemente per il fatto che è ancora temporalmente troppo presto. Comunque il mantenimento di una buona memoria immunologica si crea quando un virus continua a circolare.

Secondo un recente studio, che annovera fra i suoi coautori anche il nostro Alessandro Sette, condotto dal Jolla Institute of Immunology di San Diego,  chi guarisce dal coronavirus dovrebbe rimanere immune per anni, sicuramente per non meno 8 mesi come determinato dall’90% dei 185 individui, di età compresa tra i 19 e gli 81 anni, testati, che hanno contratto il coronavirus per la seconda volta, la maggior parte con sintomi lievi e senza la necessità del ricovero in ospedale.

La risposta immunitaria provocata dal COVID-19 però sembrerebbe molto simile a quella della SARS, che può creare protezione fino a 17 anni dopo la guarigione. Insomma la comunità mondiale può tirare un sospiro di sollievo perchè non si tratterebbe di un’immunità effimera ed il vaccino può quindi essere veramente efficace.

E’ importante chiarire che chi è risultato positivo al test COVID-19 non vuol dire necessariamente che abbia contratto effettivamente il COVID, in particolare nel caso degli asintomatici. Il test PCR infatti rileva tutti gli RNA virali e non indica necessariamente la presenza di virus vitale. Bisogna tener conto di questo quando si indaga su chi ha effettivamente contratto il virus per la seconda volta. Anche i paucisintomatici positivi al test potrebbero avere un RNA del COVID-19 non attivo ed aver contratto un normale virus influenzale diverso dal COVID-19 che come è noto provoca sintomi simili.

Prevenzione

L’ ISS (Istituto Superiore di Sanità) nel caso del COVID-19 ha stabilito dei protocolli di prevenzione non solo nei luoghi di lavoro. Poiché questo virus si diffonde principalmente per via area e attraverso il contatto con le goccioline presenti nell’aerosol che emettiamo quando respiriamo oppure quando starnutiamo o tossiamo, è importante che le persone applichino alcune misure di igiene, quali ad esempio starnutire o tossire in un fazzoletto o con il gomito flesso e gettare i fazzoletti utilizzati in un cestino chiuso immediatamente dopo l’uso e lavare le mani frequentemente con acqua e sapone (almeno per 1 min) o usando soluzioni alcoliche (concentrazione non inferiore al 60%).
Altre misure di prevenzione sono, l’uso di dispositivi di protezione individuali (DPI) come le mascherine naso-bocca, il distanziamento e la quarantena sia se vi è stato contatto diretto con persone che abbiano contratto il virus, sia se si proviene dall’estero.

Particolato atmosferico e areosol

Ad oggi non ci sono evidenze scientifiche del tutto consolidate che il particolato atmosferico possa essere veicolo per la diffusione del COVID-19, ossia che il virus possa attaccarsi alle polveri sottili presenti nell’aria.

La trasmissione mediante particelle di dimensioni inferiori ai 5 μm non è riconosciuta. Tuttavia alcune procedure eseguite in ambiente sanitario possono generare aerosol: intubazione tracheale, aspirazione bronchiale, broncoscopia, induzione dell’espettorato, rianimazione cardiopolmonare. L’OMS infatti per tali operazioni raccomanda l’uso particolari misure di protezione come l’utilizzo di DPI, quali FFP2 con schermo facciale. Il COVID-19 aerosolizzato in laboratorio può sopravvivere fino a 3 ore.

Materiali e superfici:  permanenza del COVID-19

Il tempo di sopravvivenza del virus sulle superfici varia in relazione al tipo di superficie considerata, tenendo presente che la presenza di RNA virale non indica necessariamente che il virus sia vitale e potenzialmente infettivo.

Coronavirus e superfici
L’ISS definisce un tempo di permanenza riportano i tempi di rilevazione di particelle virali sulle superfici più comuni:

Rapporto ISS COVID-19 n. 5/2020 Rev. 2 – Indicazioni ad interim per la prevenzione e gestione degli ambienti indoor in relazione alla trasmissione dell’infezione da virus SARS-CoV-2. Versione del 25 maggio 2020

Il virus inoltre risulterebbe essere più stabile sulle superfici lisce ed estremamente stabile in un ampio intervallo di valori di pH (pH 3-10) a temperatura ambiente (20°C) (13).

Per prevenire l’infezione è comunque importante tenere pulite le superfici ed è opportuno disinfettare sempre gli oggetti che si usano frequentemente (telefono cellulare, auricolari, microfono) con un panno inumidito utilizzando semplici disinfettanti a base di alcol (etanolo) al 75% o a base di cloro al 1% che sono in grado di uccidere il virus.

I presidi di prevenzione

In questa fase dell’emergenza COVID-19, anche gli ambienti domestici diventano presidi di prevenzione. Le abitazioni infatti sono luoghi dove interagiscono quotidianamente i nuclei familiari che continuano a svolgere le loro attività lavorative e didattiche a distanza attraverso i dispositivi digitali.

E’ necessario adottare appropriate e organiche procedure di prevenzione e protezione (PPP), di facile attuazione in materia di salute, durante la permanenza nei diversi ambienti senza trascurare, tra gli interventi o tra le priorità, il miglioramento della qualità dell’aria indoor.

Gli ambienti dove continuano a svolgersi le consuete attività lavorative dovranno essere inoltre progettati con standard dedicati agli specifici scopi.

Per tutte e due le situazioni le raccomandazioni dell’ ISS (Rapporto ISS COVID-19 n. 5/2020 Rev. 2 – Indicazioni ad interim per la prevenzione e gestione degli ambienti indoor in relazione alla trasmissione dell’infezione da virus SARS-CoV-2. Versione del 25 maggio 2020), specificano le nuove procedure da mettere in atto per garantire un adeguato ricambio dell’aria nei diversi ambienti, sulla base del numero di occupanti e della tipologia del locale di lavoro (indicazione sul ricambio naturale, sugli impianti di ventilazione meccanica e sulla periodicità della pulizia dei filtri in dotazione agli apparecchi terminali).

Viene ricordata inoltre l’importanza dell’applicazione degli specifici protocolli anti-contagio e della messa in atto di nuove azioni organiche per rispondere alle esigenze di salvaguardia della salute del personale e della collettività.

Consigli, azioni e raccomandazioni fanno parte un approccio integrato cautelativo e di mitigazione del rischio per il mantenimento di una buona qualità dell’aria indoor negli ambienti di lavoro.

I suggerimenti per migliorare la qualità dell’aria indoor negli ambienti di lavoro

E’ necessario migliorare l’apporto controllato di aria primaria stabilendo l’apertura delle finestre ed i balconi con maggiore frequenza secondo il principio per cui viene immessa aria esterna, fresca e più pulita verso l’ambiente dove si svolgono le attività (aria outdoor –> indoor) e, contemporaneamente, ridurre/diluire le concentrazioni degli inquinanti specifici (es. COV, PM10, ecc.), della CO2, degli odori, dell’umidità e del bioaerosol, che può trasportare agenti patogeni (batteri, virus, allergeni, funghi filamentosi, muffe) riducendo il rischio alla loro esposizione.

Ricambio dell’aria

L’areazione/ventilazione naturale degli ambienti normalmente dipende da numerosi fattori, quali i parametri meteorologici (es. T dell’aria esterna, direzione e v del vento), da parametri fisici, come durata del periodo di apertura e superficie delle finestre.

La frequenza del ricambio dell’aria deve tener conto del numero di lavoratori presenti, del tipo di attività svolta e della durata della permanenza negli ambienti. Durante i periodi programmati di naturale ricambio dell’aria è opportuno evitare la creazione di condizioni di disagio (discomfort) quali la formazione di correnti d’aria fredda oppure l’ingresso di aria troppo calda. Per questo è necessario migliorare la disposizione delle postazioni di lavoro/studio per assicurare che non vi siano rischi per l’esposizione a sbalzi di temperatura e l’esposizione improvvisa a correnti fredde o calde.

Deve essere evitato di lasciare le finestre aperte durante la notte. È invece preferibile aprire per pochi minuti più volte al giorno, che una sola volta per tempi lunghi.

Se l’edificio  non dispone di specifici sistemi di ventilazione può essere opportuno, preferibilmente, aprire quelle finestre e quei balconi che si affacciano sulle strade meno trafficate e durante le ore di minor passaggio di mezzi.

Impianti di ventilazione

Gli edifici dotati di specifici impianti di ventilazione UTA (Unità di Trattamento d’Aria) o VMC (Unità di Ventilazione Meccanica Controllata) distribuiscono l’aria attraverso condotti e griglie/diffusori consentendo il ricambio dell’aria di un edificio con l’esterno. Questi impianti  devono, se possibile, mantenere sempre attivi l’ingresso e l’estrazione dell’aria, possibilmente con un decremento dei tassi di ventilazione nelle ore notturne di non utilizzo dell’edificio. In questa fase è privilegiata più la riduzione della contaminazione dal virus SARS-CoV-2 piuttosto che il mantenimento del comfort termico.

Gli impianti moderni sono progettati in modo da prevedere una quota di ricircolo dell’aria per ridurre i consumi energetici. Durante l’emergenza COVID è utile invece aumentare in modo controllato l’aria primaria in tutte le condizioni riducendo il più possibile la quota di aria di ricircolo. Se non causa problemi di sicurezza, è opportuno comunque aprire nel corso della giornata lavorativa le finestre e i balconi per pochi minuti più volte a giorno per aumentare ulteriormente il livello di ricambio dell’aria.

Può essere inoltre necessario sostituire con più frequenza il pacchetto filtri installato ed effettuare controlli più accurati per stabilire il corretto funzionamento dell’impianto nell’immediato ed i tempi della successiva manutenzione.

Negli edifici dotati di impianti di riscaldamento/raffrescamento con apparecchi terminali locali (es. unità interne tipo fancoil), si consiglia, a seguito della riorganizzazione “anti-contagio”, di mantenere in funzione l’impianto in modo continuo. Si raccomanda di verificare che nelle vicinanze delle prese e griglie di ventilazione dei terminali, non siamo presenti tendaggi, piante o oggetti, che possano interferire con il corretto funzionamento.

Anche in questi ambienti sarebbe necessario aprire regolarmente finestre e balconi per aumentare il ricambio dell’aria. È preferibile aprire finestre e balconi per pochi minuti e più volte al giorno, che una sola volta e per periodi lunghi. Durante l’apertura delle finestre è importante mantenere chiuse le porte per evitare correnti d’aria non controllate.

Pulizia degli impianti di ventilazione e climatizzazione

La raccomandazione dell’ISS stabilisce di programmare una periodica pulizia dei filtri del climatizzatore (1 pulizia ogni 4 settimane) che tenga conto del suo reale funzionamento del climatizzatore e delle condizioni climatiche e microclimatiche.

fonte: Il Sole 24 ore – ISS (Istituto Superiore di Sanità)

 

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